Quando l’Alzheimer si manifesta con disturbi visivi: la sfida di riconoscere la PCA.
Non sempre la perdita di memoria è il primo indizio capace di preannunciare una diagnosi di Alzheimer. Esiste infatti una variante poco conosciuta della forma di demenza più diffusa al mondo che si presenta invece con particolari problemi di vista: l’atrofia corticale posteriore (PCA, posterior cortical atrophy). Un sintomo descritto per la prima volta in letteratura medica nel 1988 e su cui fino a poco tempo fa si sapeva molto poco ma che oggi, grazie ad un importante studio internazionale guidato dai ricercatori dell’Università della California di San Francisco, è stato esaminato attentamente in una ricerca pubblicata su Lancet Neurology e a cui si è unita anche l’Università di Trento, l’Università Vita – Salute del San Raffaele di Milano guidata nel lavoro dalla professoressa di Neurologia Federica Agosta e l’Università degli Studi di Milano con la supervisione della dottoressa Daniela Galimberti del Dipartimento di Scienza Biomediche, Chirurgiche e Odontoiatriche.
Sono stati presi in esame i dati di 1092 persone con atrofia corticale posteriore provenienti da 16 differenti paesi mettendo in evidenza come al 94% di loro fosse stata diagnosticata l’Alzheimer e al restante 6% altre condizioni come la sindrome dei corpi di Lewy o la demenza frontotemporale. Tra l’altro, i soggetti esaminati presentano anche accumuli di placche di proteina amiloide e tau osservabili nella forma più comune di demenza ma localizzate per quanto riguarda i casi di PCA nelle aree responsabili dell’elaborazione delle informazioni visive.
In media la sindrome comincerebbe a colpire i pazienti che, per motivi ancora poco chiari, sono per il 60% donne, intorno all’età di 59 anni e, nonostante non sia stato possibile stabilire il numero preciso di persone con atrofia corticale posteriore, si stima che nel loro insieme possano rappresentare fino al 10% di tutti i casi di Alzheimer.

I primi sintomi visivi generalmente portano a diverse difficoltà nella guida, in particolare nel valutare le distanze, e nella lettura, soprattutto di notte, per comprendere ciò che è fermo da ciò che si muove. Si possono avere anche allucinazioni e può diventare complicato distinguere più di un oggetto alla volta, eseguire calcoli matematici e scrivere correttamente quanto si ha in mente provando così generalmente un senso di ansia perché si percepisce che qualcosa è cambiato ed è fuori dal proprio controllo. Risolvere completamente questi sintomi non è possibile, ma esistono alcuni accorgimenti che permettono ai pazienti con PCA di vivere una vita più serena come leggere libri con caratteri più grandi o utilizzare un’illuminazione più forte in casa evidenziando le superfici irregolari, per esempio le scale, con un nastro adesivo fluorescente.
Lo studio iniziato nel 2021 chiarisce come nelle prime fasi i soggetti con PCA non mostrino segni particolari di una possibile perdita di memoria e che, sebbene ognuno sia caratterizzato da una sua storia specifica e variabile, in media solamente quattro anni dopo la comparsa dei sintomi visivi la memoria si dimostra sempre più irrimediabilmente compromessa.
Una persona che inizialmente presenta problemi di vista cercherà prima di tutto il parere del medico di base, poi dell’ottico opto-metrista, successivamente dell’oculista e solamente alla fine del neurologo che riuscirà a fornire una diagnosi grazie ai test per le abilità cognitive o ad esami strumentali come la risonanza magnetica dell’encefalo o la tomografia computerizzata. È importante che ci sia una collaborazione tra i diversi specialisti, ma il primo controllo medico dovrebbe avvenire con un oculista in grado di capire se le dispercezioni visive sono di natura periferica, e dunque legate all’occhio, o piuttosto di natura centrale e quindi legate a problematiche neurologiche.
Gil D. Rabinovici, uno degli autori del lavoro e direttore del Centro di ricerca sulla malattia di Alzheimer dell’Università della California, sottolinea però che in genere «quando viene diagnosticata la malattia i pazienti ne sono affetti da molti anni e quindi c’è molto lavoro da fare per aumentare la consapevolezza sulla sindrome». Diventa dunque necessario approfondire un sintomo trascurato tanto a lungo includendo i soggetti con atrofia corticale posteriore negli studi clinici sull’Alzheimer per poter dare una diagnosi tempestiva e aiutare così milioni di persone.
Note
- Marrone, Cristina (7 febbraio 2024), Alzheimer: particolari problemi di vista possono essere un segnale precoce della malattia, Corriere Salute.
https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/24_febbraio_07/alzheimer-particolari-problemi-vista-possono-essere-segnale-precoce-malattia-1194b2c2-bebd-11ee-8159-e88a7ef5abf7.shtml - (Fonte già citata)